Suor Eulalia Carrasco: "C'è bisogno di un'infermeria"
Suor Eulalia Carrasco, antropologa e nostra collaboratrice, ha consegnato agli Epera gli aiuti raccolti grazie alla società sportiva Albinoleffe: borse, palloni e magliette per i ragazzi, e non solo, del villaggio. Il progetto avviato con il governo locale per l'approvvigionamento di acqua potabile, pur avendo tempi lunghi, è in marcia. "C'è bisogno di un'infermeria", questa la priorità data ad oggi da Suor Eulalia, che con gli Epera ha vissuto anni e ha recentemente pubblicato un libro interessantissimo e molto importante per la conoscenza e conservazione della cultura Epera.
La comunità ha bisogno di uno spazio in cui conservare i medicinali e gli strumenti per il primo soccorso, nonchè di un luogo in cui i medici che percorrono il fiume possano visitare i pazienti.
La campagna di raccolta fondi promossa da Progeo ha, ad oggi e grazie alla collaborazione dei Turisti per Caso, prodotto ingressi sufficienti a raccogliere quest'appello, della cui priorità l'Associazione terrà conto, senza per questo dimenticare l'obiettivo della capagna: la costruzione della scuola del villaggio, il cui progetto, ultimato dagli studenti dell'Università di Bologna, resta per noi e per gli Epera, un sogno da realizzare.
Test d'esame: una scuola per i bimbi dell'Ecuador. Da La Repubblica, 20 gennaio 2010
COME prova pratica d'esame hanno realizzato il progetto per una scuola destinata a più di cento bambini della comunità degli indios Epera, a Santa Rosa, in Ecuador. Diciannove plastici, ideati e costruiti dai 160 studenti del corso di Architettura tecnica 1, sono da ieri in mostra nell'atrio di Ingegneria. Il migliore sarà premiato venerdì, alle 10.30 in Facoltà, da Patrizio Roversi che ha contribuito al progetto nato dal viaggio con Siusi Blady e gli universitari (antropologi, biologi, fisici, storici) in Sud America sulle tracce di Darwin, trasmesso nel programma «Velisti per caso», insieme all'associazione Progeo che si occupa di turismo responsabile. Una cerimonia e una prova d'esame che mette insieme accademici, studenti e viaggiatori «slowstile». «Abbiamo accettato questa sfida perché le costruzioni in legno sono parte integrante del programma del corso di studi, ma anche per allargare gli orizzonti culturali e darci obiettivi etici nello studio e nella ricerca», spiega Annarita Ferrante, docente del corso di Architettura tecnica coordinato da Luca Guardigli. Due ricercatori impegnati, capaci di fare didattica guardando anche all'altra parte del mondo, in questo caso alle comunità indios in via di estinzione nei paesi più poveri. Gli Epera sono il più piccolo gruppo indigeno dell'Ecuador, poco più di duecento persone che vivono lungo le rive del río Cayapas nel piccolo villaggio di Santa Rosa. I ragazzi hanno dovuto progettare la scuola con materiali naturali presenti sul posto, come il legno e il bambù, e prevedendo l'uso di tecnologie sostenibili e innovative nella copertura, in pagliae lamiera. «L'obiettivo era quello di far misurare i ragazzi con i principi dell'architettura in legno, tenendo conto delle caratteristiche del territorio». Insomma, un'altra architettura è possibile. Alla giornata di premiazione dei progetti parteciperanno con Patrizio Roversi docenti di più discipline: il preside di Ingegneria Pier Paolo Diotallevi, il direttore del dipartimento di Architettura e pianificazione territoriale Piero Secondini, l'antropologo Davide Pettener e la biotecnologa Valeria Sala, presidente di Progeo. Il passo successivo sarà la realizzazione del progetto esecutivo per arrivare alla costruzione della scuola. Per questo i ricercatori lanciano un appello: «Dopo averla progettata con gli studenti, ora cerchiamo fondi per dare la scuola ai bambini Epera». Al progetto è stato coinvolto anche il direttore del master in Fundraising Valerio Melandri. «E' una sfida che abbiamo accettato lo scorso settembre, dopo una missione esplorativa in Ecuador, e che vogliamo portarea termine», spiega con passione Annarita Ferrante. «Certo l'esercitazione per l'esame poteva essere pensata anche per un altro luogo. Noi siamo partiti da una realtà indigena che rischia di scomparire. Per dare una prospettiva di sopravvivenza e di sviluppo sociale alla piccola comunità ecudoregna.»